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RAPSODIA IN BLUES
A vederlo nelle foto, con quell'espressione in bilico fra l'assorto e il perso e quella bocca mai distesa in un sorriso, Mauro Ermanno Giovanardi non sembra davvero un tipo solare: un giudizio implicitamente confermato dalle sue canzoni, così avvolgenti e ricoperte di ombre anche quando i ritmi sono più briosi, le sonorità meno fosche e i testi meno intrisi di sofferenza esistenziale e sentimentale. Dall'esterno, insomma, è facile immaginarlo uomo fin troppo meditativo, intellettuale e spesso afflitto, condannato a fare i conti con quel mal di vivere che peraltro alimenta le sue creazioni artistiche, siano esse parole, melodie, strutture sonore o interpretazioni.
Be', nulla di più sbagliato. Benché musicalmente incline alle malinconie, il cantante dei La Crus - e, prima, dei Carnival of Fools - è una persona vivace, simpatica e dotata di una straripante ironia, con addirittura un passato di sportivo praticante (una rarità, in ambito rock) e una gamma di interessi all'insegna dell'eclettismo, tra i quali - e anche questa è una cosa poco comune, nel nostro mondo - il tifo acceso per una squadra di calcio (per la cronaca, il Milan) e l'archeologia. Tutto ciò, com'è logico, ha reso particolarmente piacevoli le quattro ore di conversazione necessarie per stilare le pagine che seguono, racconto tappa dopo tappa della carriera di questo splendido quarantaquattrenne che dietro l'aria un po' accigliata da vecchio saggio nasconde lo spirito e la curiosità del fanciullo.
Correre, 1962-1980
Come dice mia madre, sono un mezzosangue. Mio padre è originario della zona di Reggio Emilia, mentre mamma è proprio di Monza, dove sono nato il 3 maggio del 1962. Sono dunque cresciuto nell'hinterland milanese, ma mi sono sempre sentito poco meneghino: da piccolo, quando d'estate andavo in campagna dai miei parenti a San Paolo D'Enza, mi rendevo conto che loro erano più cordiali e aperti, più espansivi... proprio come mio padre, che scherza moltissimo. Nonostante le apparenze sono abbastanza estroverso, e di questo devo ringraziare la mia metà emiliana.
È figlio della working class, Mauro Ermanno Giovanardi: suo nonno paterno, dipendente dell'ENEL, si era trasferito in Lombardia per lavorare alla costruzione di una nuova centrale elettrica, e poiché la faccenda avrebbe richiesto svariati anni, si era fatto raggiungere dalla famiglia e non era più tornato indietro. Suo padre, Giancarlo, è idraulico, mentre sua madre Bianca si occupa della casa e dei bambini. Dapprima il solo Mauro, coccolatissimo da genitori, nonni e zii in quanto più grande dei suoi cugini, e nove anni dopo anche Orietta:
Lo scarto di età non ci ha permesso, da ragazzi, di condividere esperienze e interessi... Il nostro rapporto si è sviluppato da adulti, e sono felice che ora abbiamo molto in comune.
Un'infanzia, la sua, che scorre serena e senza troppi grilli per la testa, scandita dalla scuola e dalle frequenti trasferte a San Paolo fino all'esplodere di una grande passione: il ciclismo.
Il mondo ho iniziato a frequentarlo tardi, verso i diciassette anni, perché prima mi trovavo in una specie di clausura: ero in sella per undici mesi all'anno, da gennaio alla fine di novembre, per sei giorni su sette. A dieci anni mi hanno regalato la prima bici da corsa, perché mia madre è una fan di questo sport, e così ho preso ad allenarmi con una squadra. Non eravamo professionisti, non ci pagavano, però nel 1977 mi facevo i miei buoni 25mila chilometri all'anno, avevo un direttore sportivo che mi seguiva e purtroppo anche un mucchio di limitazioni: dieta alimentare rigorosa, obbligo di andare a dormire alle ventuno, divieto di giocare a calcio. Comunque, benché faticoso, era bello, soprattutto per via dello stare sempre all'aria aperta. Peccato non riuscissi mai a vincere le gare: mi piazzavo spesso bene, ma l'emozione mi prendeva alle gambe e mi impediva di produrmi nel guizzo finale.
Chissà, magari con qualche vittoria avremmo avuto un vocalist in meno e un campione delle due ruote in più. Oppure no, perché la strada stabilita per il Nostro era un'altra, e non è d'asfalto.
Nel 1978 mi sono ammalato di pertosse, che di norma colpisce molto prima: una cosa strana o, magari, un segno del destino. Così, a stagione cominciata, mi sono dovuto fermare per due mesi e mezzo, e quando ho provato a riprendere, i miei compagni erano molto più allenati e non riuscivo a star loro dietro. In estate, da un mio cugino di Sassuolo, ho conosciuto la musica... in modo consapevole, perché in ogni caso la sua presenza era stata per me secondaria ma costante: da piccolo, tra i 45 giri dello Zecchino d'Oro e quelli di mia madre - che essendo molto giovane era appassionata - ero attaccato al mangiadischi, e all'epoca delle medie mio padre mi aveva anche regalato una fisarmonica sperando che imparassi a suonarla. Nel mio giudizio sulla pagella della quinta elementare ho letto una cosa buffa, sono descritto come un bambino socievole e bravo che si distrae spesso e che appena può balla, canta e salticchia. Insomma, nella per me fatidica estate del '70 ho ascoltato dischi dei Genesis, dei Jethro Tull e di vari altri, e sono rimasto affascinato da quei gruppi mai sentiti e dalle loro strane copertine. Rientrato a casa ho appreso che Luigi Velati, un amico con il quale correvo, si interessava di rock, e ho comprato qualche 33 giri: Street Legal di Bob Dylan, Selling England By The Pound dei Genesis, il primo dei Led Zeppelin. Subito dopo sono arrivati i Doors, la prima band che mi ha impressionato sul serio: la biografia di Jim Morrison, Nessuno uscirà vivo di qui, che solo in seguito mi hanno detto essere un po' troppo romanzata, mi ha fulminato, raccontandomi cose che nemmeno immaginavo esistessero. Forse il legame letterario di Morrison con Nietzsche e la poesia francese mi aveva fatto interiorizzare una maniera di concepire la musica che andava oltre il semplice divertimento: mi piaceva la sensazione che le canzoni potessero dare - suona un po' tronfio, ma è così - il segno del passaggio di qualcuno nel mondo. In realtà è per questo che quando lavoro sono veramente assorbito e mi sforzo al massimo per non dover pensare, un giorno, che sarei stato in grado di fare di più. Vorrei tanto che ognuno dei piccoli segni che lascio sia il migliore che possa lasciare, ed è per questo che sono molto, molto pignolo.
Per Mauro, come accade a molti, il rock ha insomma una funzione catartica, e la bicicletta viene appesa al chiodo: anzi, viene venduta, e il ricavato è investito in un amplificatore e un basso elettrico.
Luigi suonava un po' la chitarra, e io avevo tentato di strimpellare... Non è stato facile abbandonare il ciclismo, ma evidentemente in quel momento provavo un altro genere di urgenza. Ne ho avuto la conferma al concerto di Patti Smith a Bologna, al quale ho assistito alla fine dell'estate del 1979. Anche lei, come Jim Morrison, aveva un approccio di tipo letterario, e io mi rendevo conto del fatto che a piacermi non era solo la musica ma tutto l'humus culturale e sociale che le stava dietro. D'altronde, avevo pure sviluppato un certo interesse per la politica: in quel periodo il movimento studentesco aveva un peso notevole e si stava affermando il concetto che la cultura fosse importante per gli scopi rivoluzionari, e quindi ho studiato molto anche cose che non mi interessavano granché. Il mio percorso scolastico, alle superiori, è stato piuttosto travagliato, soprattutto perché i miei mi avevano costretto a iscrivermi a un istituto tecnico invece che al classico o, al limite, ad agraria. A me non fregava nulla di ragioneria, mentre andavo benissimo in storia – la mia materia preferita: già da bambino leggevo molti libri sull'argomento, e credevo che da grande avrei fatto l'archeologo - e in italiano. Ho mollato due volte, in secondo e in quinto, ma alla fine mi sono di¬plomato nel 1982: l'ho fatto essenzialmente per mia madre, non vo¬levo darle un dispiacere.
Fino a quel 1982, a rendere assai tesa la situazione di casa Giovanardi non è comunque solo il rendimento scolastico del primogenito: la catarsi avvenuta grazie al rock aveva infatti portato alcuni effetti collaterali sgraditi a papà e mamma, preoccupati che la strada imboccata da Mauro potesse rivelarsi senza uscita o, peggio, terminare in un baratro.
Tra il '78 e il '79 i miei si trovarono un figlio completamente diverso: mi ero fatto crescere i capelli, rientravo tardissimo, studiavo e non studiavo e in più ero diventato un mezzo estremista. Papà ha sempre votato PCI, mia nonna era partigiana, e anche mia madre, nonostante la sua educazione cattolica, era schierata a sinistra... però io esageravo. In più mi era successa una storia del cazzo con una ragazza alla quale piacevo, che per vendicarsi del mio totale disinteresse nei suoi confronti aveva messo in giro la voce che mi facevo di eroina, mentre io ero solo un tipo da canne. I miei andarono fuori di testa - li capisco, avevano paura che potesse accadermi qualcosa di molto grave - e quindi è stato un periodo delicato, specie con mio padre.
Ispirato da Patti Smith e dal punk, Mauro aveva intanto messo su, senza grandissime pretese, la sua prima pseudoband: lui al basso, il fido Luigi Velati - anch'egli nel frattempo ritiratosi dal ciclismo - alla chitarra e Max Donna alla batteria, tutti e tre speranzosi di incontare, prima o poi, il cantante "giusto".
Per chi iniziava a suonare, la filosofia punk di recuperare l'essenzialità del rock'n'roll delle origini costituiva una vera e propria svolta: non c'era niente di cui preoccuparsi, bastava prendere gli strumenti e usarli. Provavamo spesso, dopo un po' anche tutti i giorni, a casa di Max a Cologno Monzese, cercando di imitare brani di gruppi che ci piacevano e che scoprivamo procurandoci quanti più dischi possibile. Io ero intrippato per la scena newyorkese di Patti Smith, Dead Boys, Television, mentre i soli gruppi inglesi che apprezzavo erano quelli con riferimenti americani, tipo gli Echo & The Bunnymen. Avevamo anche pezzi nostri in italiano, ma a un certo punto ci dedicammo completamente all'inglese: in quel momento era più cool, perché si vedeva l'Italia come un posto sfegato ed era meglio puntare in alto. Giorno dopo giorno siamo migliorati, se non altro a livello di lucidità: tecnicamente rimanevamo sempre scarsi, ma almeno avevamo idee più o meno chiare a proposito della direzione nella quale muoverci.
Al di là delle questioni di stile, nel clima di chiarezza rientrano anche due scelte strategiche: quella di abbandonare la ricerca del cantante affidando il microfono a Mauro, e quella di assumere una sigla sociale dal vago sapore dark, Unknown Scream.
La giostra (dei folli), 1981-1994
All'epoca eravamo più postpunk, con qualche riferimento Sixties dato dalla chitarra di Luigi. Con i nostri cinque o sei pezzi pronti, nel 1981 abbiamo preso parte a una rassegna a Cologno Monzese, con una serie di band milanesi. Grazie a quel concerto siamo stati invitati a suonare a Radio Popolare, e la pubblicità ha fatto sì che due settimane dopo ci esibissimo all'Art Nouveau, dove abbiamo conosciuto Claudio Sorge. Non siamo riusciti a registrare un pez¬zo per una sua compilation perché i tempi erano troppo stretti, ma la sua recensione del nostro demo [cinque brani, tra i quali una cover di Waiting For The Sun dei Doors, N.d.A.] su Rockerilla ci procurò un sacco di date anche fuori dalla regione, tipo Perugia e Bologna... E intanto diventavamo più bravi, eravamo abbastanza richiesti... È stato un periodo di grande eccitazione.
Dura fino al 1984, la storia degli Unknown Scream: non lascia dischi (l'unica uscita "ufficiale" è il contributo alla cassetta Zero zero, legata all'omonimo programma di Radio Popolare curato da Giacomo Spazio), ma solo il vago ricordo di un ensemble in perenne mutazione, sempre pronto a recepire gli stimoli della musica del tempo.
A un certo punto ci stavamo spostando decisamente verso la psichedelia, ma l'idea della suite non mi interessava come quella della canzone. Così ci siamo separati, e io ho iniziato a frequentare maggiormente gli ambienti milanesi, collaborando a vari progetti.
Fra tali collaborazioni ci sono i 2 + 2 = 5, il gruppo art rock del vulcanico agitatore culturale Giacomo Spazio: Mauro canta in Rayographie e Abbracciami nel mini Lp Di cosa parliamo quando parliamo d'amore-odio (Ut, 1985) e nei tre episodi del successivo 12"Amazing stories (Ut, 1988), affiancando spesso i compagni pure dal vivo. Parallelamente, nel 1986 dà vita ai Reptile Chime, assieme al ritrovato Max Donna, al chitarrista Orazio "Metello" Orsini e al bassista Jorg, mentre la sussistenza è garantita dall'impiego in uno studio stilistico che si occupava principalmente di anticipazione mode: "La cosa mi intrigava, l'ambiente era creativo e nei due anni che sono stato lì ho conosciuto tanta gente interessante". Per la ristretta ma motivatissima scena underground milanese, si tratta di un momento quantomai proficuo: il frenetico Spazio e il non meno schizzato Stefano Ghittoni, leader dei Peter Sellers & The Hollywood Party e responsabile dell'etichetta Crazy Mannequin, propongono input a iosa, tanto che il giro di musicisti e assortiti fiancheggiatori si trasforma in una specie di factory battezzata "La Famiglia". Da questa esperienza collettiva, lucidissima da un lato e del tutto delirante dall'altro, scaturiranno varie realtà fondamentali per il rock italiano dei '90.
Ci si incontrava al Chimera, un bar-libreria, oppure a casa di Ghittoni, dove spesso si organizzavano feste. In queste occasioni, parlando a ruota libera, venivano fuori un mucchio di belle intuizioni che poi si cercava di mettere in pratica con un interscambio pazzesco.
Due di queste idee si concretizzano nel 1987, quando i Reptile Chime sono già mutati – senza però cambiare organico – in Sir Chime and The Lovers: Lucifer's friends (Crazy Mannequin) e Andy Warhol (Ut/Crazy Mannequin) sono 33 giri ai quali partecipano gruppi veri e "fantasma" del circuito cittadino, con registrazioni spontanee nell'attitudine e abrasive nella forma, la cui filosofia è sintetiz¬zata dallo slogan "Art is trash – art is crash" apposto sul retrocopertina di Lucifer's Friends. Mauro, che tutti ormai chiamano Joe (il perché è presto detto: Giovanardi = Giò = Joe), concorre alla prima con Sereamin' Blue Lullaby dei Sir Chime (al basso, Antonio "Metro Benzina" Loria) e con la grafica della copertina, e alla seconda con la Sunday Morning interpretata assieme a Ghittoni (dietro la sigla Captain Pepper & The Legendary Hearts) e la Femme Fatale incisa nel 1986 con Nino La Loggia dei 2 + 2 = 5 (il nome adottato è Superlovers). Un altro pezzo dei Sir Chime, Old Blues Drunker, finisce poi nel 7" Ep allegato al numero 1 di Vinile, provocatoria rivista underground sponsorizzata da Stampa Alternativa:
Ci ho anche scritto alcune recensioni, ovviamente sotto pseudonimo, e per la stessa casa editrice ho curato un libretto sui Doors. Nel disco a corredo c'è una mia cover di The Crystal Ship con Marco Magistrali, fratello di Fabio, al piano.
Andy Warhol, omaggio ai Velvet Underground e al loro mentore, non passa inosservato, e nel 1988 un intraprendente ragazzo tedesco decide di ristamparlo nel nuovo formato Cd. Le buone recensioni (persino in Gran Bretagna!) e le 15mila copie vendute non sono solo un premio al coraggio ma anche la spinta verso una nuova avventura.
Oltre a quello della Sub-Up di Monaco, sul compact di Andy Warhol compare per la prima volta il logo della Vox Pop. Allora era soltanto un marchio e un'ipotesi di lavoro, ma il successo dell'album convinse ancor più Giacomo Spazio di come fosse opportuno fondare un'etichetta seria, con prospettive non semplicemente ludiche ma anche imprenditoriali. I soci originari furono Giacomo, Carlo Albertoli, Paolo Mauri che però si ritirò quasi subito, io e Manuel Agnelli, i cui Afterhours avevano già realizzato un singolo per la Toast di Torino. Come primo passo, memori dell'esperienza di Andy Warhol, si pensò di organizzare - ma con maggiore professionalità - un tributo ai Joy Division.
In quei giorni del 1988, "Joe" aveva ormai abbandonato definitivamente il basso per concentrarsi sulla voce:
Avevo pensato che non fosse più il caso di disperdere energie. Del resto già dal 1985 prendevo lezioni di canto da una ragazza bravissima, di padre inglese e madre svizzero-francese, che non mi insegnava in modo classico ma mi spingeva ad assecondare le mie inclinazioni per jazz e pop").
I Sir Chime and The Lovers esistono ancora, ma il Nostro è già proiettato altrove.
Con il gruppo eravamo sempre al limite: andavamo forte, forse troppo forte, e i concerti diventavano spesso un delirio. Così ho voluto azzerare tutto e approfondire il discorso che stavo portando avanti con Marco Magistrali: avevamo dei provini solo voce e piano che tra l'altro, prima della nascita della Vox Pop, si sarebbe voluto far uscire su singolo... Avevo in mente questo Lp solistico come Carnival of Fools, nome "rubato" a una poesia di Patti Smith. Tra l'altro lo avevo già usato per firmare la ristampa della cover di Femme Fatale nel disco allegato al libretto di Stampa Alternativa sui Velvet Underground.
Il progetto procede, seppure a rilento: da giovane quasi bohémien, il ventisettenne Giovanardi si trova infatti improvvisamente impegnato su tre fronti diversi e complementari.
Alla Vox Pop sentivamo insieme i nastri che ci arrivavano in numero sempre maggiore, andavamo in SIAE, studiavamo la grafica delle copertine, seguivamo le registrazioni dei gruppi, organizzavamo la promozione... C'erano pochi soldi, visto che per vendere anche solo duemila copie si doveva faticare parecchio, ma in compenso l'entusiasmo era alle stelle. Inoltre ero gestore part-time di un negozio di dischi, Zabriskie Point, dove sono rimasto fino al 1994, e in più suonavo.
Session dopo session, il famigerato (mini) album vede finalmente la luce, sul finire del 1989, con il titolo Blues Get Off My Shoulder. È il numero quattro del catalogo della Vox Pop, precede di qualche settimana il tributo ai Joy Division SomethingAbout Joy (al quale Mauro, accompagnato al piano da Manuel Agnelli, contribuisce 254 con una intensa Love Will Tear Us Apart) ed è un patchwork di episodi di diversa provenienza. Ci sono tre pezzi con Marco Magistrali (la sciamanica The Stranger, la vellutata With My Blood e Too Much Passion Too Much Pain, cioè With My Blood in versione più inquietante); due con i vecchi amici Sir Chime (la cruda e rumorosa She e una rilettura stravolta di Summertime di Gershwin); la splendida ballata Shehellshell (ancora con Manuel Agnelli al piano) e il minuto di urla e percussioni di Jesus Loves The Fools, il tutto sospeso tra blues torbido e assortite citazioni wave (dagli Echo & The Bunnymen ai Jesus and Mary Chain fino ai Birthday Party) con l'ombra di Nick Cave ad allungarsi non solo sulla scaletta ma anche sulla spettrale foto di copertina. Nonostante le inevitabili imperfezioni, Blues Get Off My Shoulder - una bella immagine, quella del blues visto come una "scimmia sulla spalla" - piace parecchio, raccogliendo recensioni molto positive anche oltremanica. E parecchio piacciono anche i concerti, nei quali la "neonata" band si spinge in territori pericolosi.
Con me c'erano Jorg, Max e Metello, ma siccome quest'ultimo stava per trasferirsi a Bologna [entrerà nei Massimo Volume, N.d.A.] abbiamo quasi subito assunto un altro chitarrista, Andrea Viotti. La situazione sembrava favorevole, ma stava via via degene¬rando: eravamo un gruppo rock'n'roll estremo, nel senso che ave¬vamo un approccio esagerato, alla Birthday Party. Nessuna misura e sempre al massimo, naturalmente con l'aiuto dell'alcol e a volte degli acidi... Ho il video di una data a Brera, fra l'altro organizzata da Cristina Donà, che guardo come se non fossi io: di quella sera, infatti, non ricordo assolutamente nulla.
Gli effetti della vita spericolata, però, si fanno ben presto sentire. Mauro si imbarca in una difficile relazione sentimentale nella quale, a livello di chiacchiere e giudizi, finiscono coinvolti un po' tutti gli amici del giro (la situazione ispirerà uno dei migliori pezzi del periodo, Blah Blah Blues); Jorg attraversa una crisi personale che di lì a poco lo porterà via da Milano; Viotti non si presenta più alle prove. Nell'estate del 1990 i Carnival of Fools ingaggiano così come bassista e all'occorrenza chitarrista Giorgio Ciccarelli (Sundowners, 255 poi Sux! e Afterhours), con il quale registrano la Shadows Of A Doubt edita in Gioventù sonica, il tributo ai Sonic Youth della Electric Eye. Intanto, nel famoso Studio Bips di Paolo Mauri, riposano i nastri di sei brani realizzati prima delle dimissioni di Jorg, ossatura del nuovo album. Lo faranno ancora a lungo, poiché Joe - stressato dalle altrui ingerenze nel suo rapporto di coppia - si eclissa per alcuni mesi: "C'era un sacco di gente che non si faceva i cazzi propri, e sparire per un po' era la sola mossa logica da compiere". Al ritorno dal volontario esilio, il primo pensiero è però terminare il disco e rimettere in pista il gruppo, cosa che avviene con l'innesto di Luca Talamazzi (chitarra) e Maurizio Raspante (basso). Nonostante la lavorazione frammentaria e il continuo viavai di ospiti (tra i quali Cesare Malfatti), Religious Folk - che esce a inizio 1992 - vanta una maturità superiore al confronto con l'esordio, riproponendo il viaggio in un blues ispido e stranito che mostra in modo ancor più esplicito, con canzoni più articolate e trame strumentali più raffinate, la sua dipendenza dal modello Nick Cave. Dall'iniziale Blah Blah Blues, assieme epica e urticante, alla sincopata Swingin' Thru The Chaos, che chiude i solchi, il secondo album dei Carnival of Fools si snoda in dieci episodi tra chitarre slide e spunti pseudorumoristi, atmosfere tenebrose e lampi di luce, liriche (moderatamente) maudit che attingono efficacemente nel più classico immaginario rock - titoli come Towards The Lighted Town, Long Black Train, The Stranger (Come Back In Town) o Black Song, A Love Song non lasciano dubbi in merito - e un sentito omaggio al cult hero Charlie Feathers con la cover di It's Just That Song, un suggestivo country-blues. Un mondo che viene rappresentato frequentemente e con ottimi risultati in concerti che regalano molte soddisfazioni tanto agli spettatori quanto ai musicisti.
È stato un po' strano far suonare ai miei nuovi compagni una serie di brani che non sentivano completamente loro, ma una volta rotto il ghiaccio non ci sono stati problemi, anzi. Nell'estate del 1992 ci siamo esibiti persino ad Amburgo e in Norvegia, e in quello stesso periodo ho provato anche la gioia di dividere il palco con due miei miti, i Beasts of Bourbon e Hugo Race. Il rapporto creatosi con Hugo ha portato a un contatto con Mick Harvey, che mi fece i com plimenti per il disco. E poi, mentre giravamo, nascevano altre canzoni, tanto che alla fine dell'anno il materiale per il terzo album era praticamente pronto.
Giungerà, il terzo album, solo nell'autunno del 1993, ratificando l'ennesimo cambio di organico (dietro i tamburi, al posto di Max Donna, siede Mox Cristadoro) e fotografando il felice momento di una band ancor più padrona del suo linguaggio e credibile nel divulgarlo, a dispetto di riferimenti sempre imbarazzanti a Nick Cave. A contare, in fondo, è la qualità del songwriting e delle esecuzioni, e in questo campo Towards The Lighted Town - primo articolo in Cd dei Carnival of Fools - non offre davvero il fianco a critiche, con gioielli come la "cinematografici' Not The Same (Quentin Tarantino, se la ascoltasse, la vorrebbe di sicuro per una sua colonna sonora); le cupe Going Down Slow e Bright Morn; l'onirica Waltzing To Nowhere; la rarefatta Moving Landscape e l'aggraziata rilettura di The Fly di Nick Drake - ma Mauro, in origine, avrebbe preferito interpretare In My Room di Scott Walker - a ergersi sul resto della scaletta.
Il 1993 fu per me un anno cruciale. Un po' per l'attività con il gruppo e un po' a causa dei miei soliti casini sentimentali, per circa sei mesi non mi ero occupato della Vox Pop, e poiché mi sentivo in colpa decisi di tirarmene fuori lasciando le mie quote ai soci a mo' di indennizzo; quella con l'etichetta è stata un'esperienza bellissima, e anche se i successi autentici sono arrivati solo dopo le mie dimis¬sioni, sono lieto di aver dato il mio apporto a un'iniziativa rivelatasi fondamentale per il rock italiano di oggi. Basta pensare che, in quel primo lustro, tra le nostre produzioni ci sono stati i Casino Royale, gli Africa Unite, i Mau Mau, i Ritmo Tribale, gli Afterhours, gli Allison Run di Amerigo Verardi... In questa fase di generale disagio, avevo anche difficoltà con i Carnival: ci tenevo moltissimo anche perché mantenerli in piedi mi era costato non poca fatica, ma loro non appoggiavano granché la mia idea di provare a scrivere e cantare in italiano. Dopo la pubblicazione di Blues Get Off My Shoulder, infatti, ero stato avvicinato da Alex Cremonesi, che mi aveva prospettato una collaborazione: la prima co¬sa fatta assieme era stato un pezzo industriale con testo in dialetto milanese e poi erano arrivati altri brani, come La giostra... Per le prime prove musicali siamo stati aiutati da Fabio Magistrali, Cesare Malfatti è subentrato in seguito. Non si trattava di un impegno molto gravoso, e la mia innata curiosità mi spingeva a coltivarlo. Intanto, avevo cominciato ad appassionarmi alla canzone italiana d'autore: la mamma della mia ragazza mi aveva fatto conoscere Angela di Luigi Tenco, dicendomi: "Devi asolutamente sentirla, perché lui cantava in modo triste, un po' come te". Fu un flash incredibile, anche perché mi resi conto che il mood e la maniera di affrontare tematiche amorose erano gli stessi di Nick Cave.Ero così intrippato che avrei voluto inciderla per Towards The Li ghted Town, ma gli altri non ne erano convinti e non se ne fece nulla. La mia condizione era di schizofrenia creativa: da un lato ero felicissimo dei brani dei Carnival of Fools e dei concerti, dall'altro ero stimolato dall'opportunità di battere nuove strade... Oltretutto, ritenevo che con l'italiano avrei potuto interiorizzare maggiormente le parole e comunicare in modo più diretto e profondo con l'audience. Pertanto, ho continuato a dedicarmi a entrambi i progetti, ma il mio interesse era sempre più focalizzato sull'italiano. È andata così fino alla mia separazione dai Carnival, che paradossalmente - con il nuovo nome Santa Sangre - hanno poi rinnegato l'inglese. Con Luca, Maurizio e Mox siamo andati avanti più o meno per inerzia fino al 1994, quando ci siamo anche tolti lo sfizio - il nostro penultimo concerto - di aprire per Nick Cave, durante il tour di Let Love In: è stato buffo trovarmi a suonare con il mio idolo proprio quando me n'ero allontanato, ma è stato meglio così, perché l'ho vissuta abbastanza tranquillamente.
Ricomincio da qui, 1994-2003
Nel frattempo, il sodalizio con Alex Cremonesi è diventato un ménage a trois: ai due si è infatti affiancato Cesare Malfatti, e quello che fino ad allora era stato una specie di esperimento assume i connotati di una pur atipica band, la cui "ufficialità" è sancita dalla scelta del nome La Crus, che in meneghino significa "la croce".
Avevamo fatto ascoltare i primissimi demo a Paolo Mauri, e lui ci aveva suggerito di registrare in uno studio midi. Visto che Cesare ne aveva aperto uno nella struttura del Jungle Sound, andammo da lui, e a mano a mano che si procedeva l'intesa fu tale che fu promosso da fonico a membro effettivo. Lavorando sui campionamenti abbiamo tirato fuori Vedrai, La giostra, Angela e Natura morta, più Ghè ammò un guai vùn, una cover dei Gufi. Il nome è invece derivato dalla lettura casuale di un dizionario italiano-milanese: ci piacevano il suono, il fatto che fosse in dialetto ma che avesse anche un retrogusto esotico, che fosse al femminile e che fosse idealmente legato all'immaginario religioso... L'unico dubbio era che esisteva un gruppo chiamato La Choix e temevamo confusioni, ma alla fine non ce ne curammo. La prima uscita pubblica fu nell'autunno 1992 all'inaugurazione del Bloomerang, il negozio di dischi aperto dai ragazzi del Bloom di Mezzago: feci Love Will Tear Us Apart con Manuel Agnelli e poi Angela con Cesare, con il senno di poi fu il passaggio di consegne tra i Carnival of Fools e i La Crus. Poi, nel febbraio del 1993, siamo stati invitati da Davide Sapienza al suo programma televisivo Tortuga di RaiTre, dove abbiamo eseguito Il vino di Piero Ciampi con una formazione a cinque: io, Cesare alla chitarra, Manuel al piano, Mox alla batteria e un trombettista che quel giorno aveva sostituito Gianni Sansone dei Casino Royale. Poi, in primavera, abbiamo proposto un piccolo set al minifestival della Vox Pop con Mau Mau e Voci Atroci, ma i veri concerti sono iniziati solo un paio d'anni dopo.
Dei La Crus, quindi, si comincia a parlare, anche grazie alla versione demo di Natura morta, inclusa a mo' di anticipazione nella raccolta Vox Pop 1993; e ad amplificare il tam-tam provvede la cover di Naviganti inclusa nel tributo a Ivano Fossati I disertori (Columbia, 1994).
Fummo invitati da Enrico De Angelis al Premio Tenco, un po' come se fossimo una loro scoperta, e andò come nei film: appena scesi dal palco, la neonata Mescal ci offrì un contratto di management e la WEA, per mano di Tino Silvestri, uno discografico... D'altronde si era nel periodo in cui le major, tanto all'estero quanto da noi, cercavano di accaparrarsi le band "alternative". In realtà il nostro album era stato annunciato dalla Vox Pop, ma non esisteva nessun accordo concreto: Cesare aveva ottenuto l'anticipo, ma aveva preferito restituirlo per realizzare il master con i propri mezzi e poi venderlo. Avremmo anche potuto firmare con il Consorzio, sia Maroccolo che Ferretti erano molto interessati, ma in quel caso avremmo dovuto incidere nei loro studi... La soluzione più valida, per noi, rimaneva autoprodurci per poi piazzare il master.
Sospirato come tutti i lavori di Joe, che nelle note di copertina abiura lo pseudonimo a favore delle sue imponenti generalità anagrafiche, La Crus esce all'inizio del 1995 per la WEA, al prezzo ridotto di 22mila lire. Contiene tredici brani ed è un intelligente, affascinante mélange di sonorità diverse ma, al di là di ciò che si potrebbe superficialmente ritenere, tutt'altro che inconciliabili.
Il gruppo era nato come una specie di sfida, un tentativo di far convivere il nostro background di Nick Cave, Tom Waits e quant'altro con la miglior canzone italiana ma applicando la metodologia musicale dell'hip hop. Il primo album è cupo, ostico, e alla WEA non sapevano bene come comportarsi: nulla di che stupirsi, con noi non sanno bene come comportarsi nemmeno ora. Peccato che la stampa della copertina non renda giustizia alla foto originale, con quel muro scrostato.
Curioso ma intrigante ibrido di classico e moderno, dove Bristol incontra la Sanremo dei '60, il debutto dei La Crus costituisce una piccola rivoluzione, con le sue riuscite contaminazioni tra strumenti acustici ed elettronici, le sue atmosfere sospese e il calore della voce di Mauro a rendere indimenticabili pezzi come l'inquietante Natura morta, il dolcemente malinconico Nera signora, l'ossessivo Notti bianche, il mesmerico Vedrai o il teatrale La giostra, con Angela e Il vino a far rivivere - nello spirito: nell'esposizione, peraltro non blasfema, è invece chiarissimo il desiderio di andare avanti - la magia dei modelli. A soffocare le perplessità della WEA, timorosa come tutte le multinazionali di ciò che non è codificato, arrivano le vittorie - categoria Esordienti - del Premio Ciampi, del Premio Tenco e del referendum di Musica e Dischi, e il plebiscitario consenso della critica èsottolineato dalle numerose date messe in fila nel 1995 e per buona parte del 1996, con le ciliegine sulla torta degli inviti ai due maxispettacoli romani del Primo Maggio. Dal vivo, i La Crus sono Mauro, Cesare, Max Donna alla batteria e Paolo Milanesi alla tromba, con Cremonesi che disdegna le luci della ribalta a favore di un ruolo dietro le quinte:
A lui preme solo il momento artistico, la creazione, il lavoro di studio... inoltre sosteneva di non possedere il physique du ròle, e aveva già un'occupazione seria oltre che una famiglia.
E nel bel mezzo di questa frenetica attività appare a sorpresa il mini Cd Remix, nel cui retrocopertina si legge: "Questo non è un nostro nuovo disco ma una rilettura di alcuni brani fatta da gruppi che stimiamo e che, secondo noi, avrebbero potuto reinterpretare le versioni originali con una nuova sensibilità". Quanti sperano in una "bella" sequenza di ta-pum da discoteca rimangono delusi, a differenza dei cultori delle manipolazioni creative.
La WEA avrebbe voluto un singolo, e non si sapeva bene cosa scegliere; così abbiamo preso la palla al balzo e abbiamo affidato sei nostri pezzi ad artisti del giro - Roberto Vernetti, Madaski, Technogod, Almamegretta, Casino Royale - per vedere cosa accadeva. Anche se ai tempi, da noi, la parola "remix" significava pacchianate dance, eravamo certi che i nostri amici si sarebbero mossi sulla scia di produzioni nobili stile Portishead, il che è puntualmente avvenuto.
Durante e nelle pause tra la tournée primaverile ed estiva del 1996, in vista del secondo album, i La Crus si dedicano alla composizione, per certi versi ancora legati al passato ma per altri proiettati verso il futuro.
I concerti ci hanno fornito indicazioni fondamentali sul metodo da seguire: in primis, abbiamo percepito l'esigenza di lavorare sulle strutture delle canzoni, non partendo dai campionamenti ma utilizzandoli in seguito come risorsa di arrangiamento. Ci siamo accorti che alcuni dei vecchi pezzi erano fin troppo chiusi, era neces sario aprirli: di conseguenza, abbiamo iniziato a scrivere in maniera tradizionale, con chitarra, o piano, e voce. Nelle liriche abbiamo voluto metterci più a nudo e descrivere le nostre emozioni, allontanandoci dall'ermetismo del debutto e cercando una maggiore comprensibilità. Dopo La Crus, Alex e io capivamo meglio la differenza tra un testo in inglese e uno in italiano, e ci sentivamo più in grado di mettere a fuoco determinati concetti.
In un certo senso di transizione, ma non per questo meno brillante, Dentro me sgombra il campo da eventuali dubbi sulle capacità di crescita della band, mettendo in fila episodi che potrebbero essere outtake di La Crus - emblematico Correre, manifesto di alienazione urbana giocato su un unico campionamento, che richiama alla memoria i gloriosi Clock DVA - e una serie di bellissime ballate intimiste dall'enorme forza evocativa, in tre casi impreziosite dalle delicate performance dell'Orchestra Sinfonica Bulgara. Dalle due cover d'autore - Dragon di Paolo Conte, trasfigurata in chiave metronomicofuturista, e l'onirica title track già dei Detonazione, "dimenticati" esponenti dell'underground italiano degli '80 - a splendidi brani come l'eterea Inventario (vi sono citati Jacques Brel, Giacomo Spazio, Beckett, Bach e il Teatro dell'Elfo); la suadente Come ogni volta ("La nostra prima canzone d'amore, e quella che avremmo dovuto portare al Festival di Sanremo se mai avessimo deciso di andarci"); la filofrancese 34 anni (con Vinicio Capossela ospite alla fisarmonica); la recitata La finestra di casa mia (con Hugo Race alla chitarra) o l'incantevole Ninna nanna (con Cristina Donà alla seconda voce), nell'album non c'è un solo dettaglio fuori posto, come confermato dall'ovazione della critica, da vendite che si assestano sulle 22-23mila copie e da un trionfale giro concertistico che si prolunga per mesi e fa tappa anche in una decina di teatri. Difficile smentire, ancor oggi, chi scomoda il termine capolavoro, non solo per quanto riguarda i La Crus ma anche rispetto all'intera produzione del rock nazionale dei '90. E non meno difficile, poi, è smentire chi vede in Mauro un erede di Tenco, al punto che il Nostro riceve addirittura l'offerta di vestirne i panni in un film.
L'idea era interessante e mi stimolava molto, anche perché la recitazione è sempre stato un mio pallino: a un certo punto, verso la metà degli '80, ho seguito per diverso tempo le recitazioni al Piccolo Teatro, ed ero stato quasi tentato di smettere con la musica. Abbiamo girato quattro o cinque giorni, ma a un certo punto tutti i tecnici si fermarono perché non venivano pagati... e poi c'erano altre faccende un po' discutibili: la Sandrelli avrebbe dovuto essere interpretata da Jo Squillo, il ruolo di Dalida sarebbe dovuto andare a una ballerina di RaiUno. La cosa più figa era che la parte di Piero Ciampi, al quale la pellicola era dedicata, era stata affidata a Bobo Rondelli [Ottavo Padiglione, N.d.A.]. Alla luce delle premesse, è stato meglio che non se ne sia fatto nulla.
Archiviata la parentesi, Mauro torna ai La Crus, impiegando tutte le sue energie nel perfezionamento del processo di "apertura" inaugurato nel secondo album: se Dentro me rivolgeva lo sguardo all'interno, Dietro la curva del cuore – titolo ricavato da una strofa di Lontano, contenuta in La Crus - si concentra sulla persona amata, assecondando una strategia concettuale che sarà applicata anche nei dischi seguenti.
Replicare la formula di due anni prima e imporsi come profeti dello spleen sarebbe stato semplice, ma noi non volevamo cristallizzarci in uno schema rigido: abbiamo invece preferito metterci in gioco, sfatando il mito che artisti di una determinata area musical-culturale non possero toccare un argomento come l'amore... il che è una gran cazzata, perché lo fanno pure Nick Cave, Tom Waits o Leonard Cohen. Era in ogni caso un rischio, anche perché Alex e io miravamo a raccontare storie quotidiane nelle quali tutti potessero riconoscersi, a essere immediati senza che ciò andasse a danno della profondità. E anche, perché no?, a scrollarci di dosso certe accuse di snobismo.
Obiettivi perfettamente centrati con una sequenza di brani morbidi e intrisi di sentimento - ma mai banali - dove le infinite sfumature del rapporto a due sono analizzate senza eccessi di retorica e con innegabile buon gusto. Spiccano i duetti con Carmen Con soli nella vivace Anche tu come me (il cui testo, come quelli de L'uomo che non hai e Le cose di ogni giorno, è cofirmato da Cesare Basile; da ricordare che nel 1998 Mauro aveva cantato nel suo secondo Cd da solista Stereoscope) e i ceselli vocali di Cristina Donà nella più avvolgente Soltanto amore, le visioni assai poco gioiose di Natale a Milano, il romanticismo non stucchevole di Stringimi ancora, i raffinati arrangiamenti - in otto pezzi su dodici - di Silvio Morais D'A¬mico per l'Orchestra Internazionale d'Italia diretta da Antonio Cipriani. E proprio l'utilizzo di archi e fiati, eccellenti nel conferire al¬le canzoni classe e solennità adatte alle circostanze, costituisce il valore aggiunto delle esibizioni del 1999-2000: sorretti da organici di differenti dimensioni (dieci o venticinque elementi, quartetto d'archi), i La Crus accentuano il volto "teatrale" della loro musica, de¬stinato a essere esaltato nel 2000 in performance singolari come la Tutti i giorni sono notti allestita per il festival Brescia Music Art (le canzoni del gruppo sono alternate a sonetti di Shakespeare recitati dal regista e attore Ferdinando Bruni), la Mentre le ombre si allungano, dove l'accompagnamento per i soli Mauro (voce e armonica) e Cesare (giradischi e chitarra) è dato dalle elaborazioni video di Francesco Frongia, e Maratona di Milano - Ventiquattro scene di una giornata qualsiasi - La notte, che vede i Nostri gestire i raccordi musicali tra le varie parti del lungo (ben dodici ore) spettacolo-viaggio attraverso la notte milanese. Dall'aprile 2000, però, il gruppo è anche impegnato nella realizzazione del quarto album, Crocevia, che viene pubblicato nel gennaio del 2001 - si è intanto consumata la separazione dal management Mescal - e ha come filo conduttore il recupero della propria storia e delle proprie radici. Una sequenza di riletture di autori antichi e contemporanei, per un insieme omogeneo dove i brani di Ennio Morricone (Ricordare, che sebbene collocata in chiusura è il manifesto programmatico del Cd), Luigi Tenco (Un giorno dopo l'altro), Paolo Conte (Via con me), Nada (Insieme mai), Ivano Fossati (La costruzione di un amore), CCCP-Fedeli alla linea (Annarella), Giorgio Gaber (L'illogica allegria, in coppia con Samuele Bersani), Alan Sorrenti (Vorrei incontrarti), Fabrizio De André (Giugno 73), Lucio Battisti (E penso a te), Afterhours (Tutto fa un po' male), Bruno Martino (Estate) e Patty Pravo (Pensiero stupendo) sembrano sorprendentemente figli della stessa penna e della stessa epoca. Colpisce in particolare quest'ultimo, a tre voci, dove le parti sono distribuite in modo che Patti sembri il terzo incomodo in una relazione tra Mauro e Manuel Agnelli: "Dato che siamo reputati seriosi e letterari, lo sdrammatizzare con un pizzico di ironia ci poteva stare". Un'operazione nel complesso nostalgica, ma senza che la nostalgia diventi una prigione, che dà ai La Crus il massimo fino a oggi ottenuto in termini di visibilità e riscontri commerciali.
Crocevia è il mio Kicking Against The Pricks personale, un sogno che avevo nel cassetto da anni. Avrei voluto fare un disco così già nel 1997, al posto di Dentro me, ma Cesare mi convinse che era prematuro: all'epoca sarebbe stato un album diverso, sicuramente più sperimentale, ma sono soddisfattissimo della sua riuscita. Una raccolta di cover può sembrare una cosa tutto sommato facile, ma tra scelta dei pezzi, registrazioni e dubbi - in fondo ci confrontavamo con la leggenda della canzone italiana: non è uno scherzo - ci abbiamo messo nove mesi.
A marzo esce invece l'omonimo libro, cui è allegato un Cd-Rom con alcuni stralci del testo letti da Ferdinando Bruni e Ida Marinelli, sonorizzati dai La Crus e supportati dalle immagini di Dimitris Statiris.
In origine avrebbero dovuto intitolarsi entrambi Albergo a ore, come il brano di Herbert Pagani interpretato anche da Gino Paoli, ma dato che poi la canzone non è stata incisa - certe frasi non reggevano il tempo, e ci tenevamo che il discorso dell'album fosse comunque attuale - abbiamo optato per Crocevia. Il libro non ha una relazione stretta con il Cd: anzi, alla fine ne è proprio staccato. Rispecchia quello che abbiamo ascoltato e il clima della nostra musica, certe domande e certe riflessioni... Come, ad esempio, perché determinate canzoni rimangono e altre no. Era stato concepito come un romanzo a quattro mani, ma in realtà è più di Alex... Io ne ho seguito la preparazione, ho fornito spunti e in pratica ho scritto l'ultima sezione. In questo non ci sono stati problemi: a parte che la prolificità di Alex è notoriamente superiore alla mia, il rapporto tra noi due è consolidato, cementato da una dozzina d'anni di sodalizio, e tra noi non ci sono mai screzi. Con i testi abbiamo il fine comune di tirar fuori il meglio possibile, non stiamo a pesare con il bilancino quanto pesi il mio apporto e quanto il suo... anche se va ricordato che comunque lui compone per me, sapendo che a cantare sarò io.
Il 2001 di Mauro scorre rapido tra la promozione dal vivo di Crocevia, altri spettacoli teatrali (la seconda Maratona di Milano, una replica di Mentre le ombre si allungano, l'inedito La costruzione di un amore sempre con Bruni e Frongia), riconoscimenti (tra i quali una prevedibile Targa Tenco come migliori interpreti) e un contributo a La frontiera scomparsa del jazzista Maurizio Camardi. Da novembre all'aprile seguente fervono invece i lavori di songwriting per il nuovo Cd, cui fanno seguito registrazioni piuttosto complesse. Nel mentre, il cantante arricchisce il proprio eclettico carnet di collaborazioni apparendo in Matri mia della Banda Ionica (uno straordinario ensemble etno-folk), Hitchcock Road dei Gone e Preghiere di Fabio Barovero (Mau Mau). Si arriva così, nell'aprile 2003, a Ogni cosa che vedo, l'album dell'apertura verso il mondo.
Il nesso è l'intimismo sociale, come mi piace ironicamente definirlo: il tentativo di trattare questioni lontane dal nostro immaginario - come ad esempio la guerra in Avremmo mai potuto? - ma alla nostra maniera, sempre nella direzione della "leggerezza pensosa" indicata da Dietro la curva del cuore. Le nostre riflessioni sul momento che tutti, a qualsiasi livello, stiamo vivendo, ci hanno portato a un'espressione più decisa e vigorosa. Crocevia ha convinto e ci ha dato una grande esposizione, ma era una raccolta di brani non nostri: dopo era fondamentale realizzare un disco più rigoroso, senza cover né ospiti eclatanti, e lo abbiamo fatto, con una maggiore attualità nella scrittura e negli arrangiamenti - la componente sintetica domina più che mai - e una maggiore classicità nelle liriche. I pezzi-simbolo sono Voglio avere di più o La giacca nuova, dove l'idea dell'elettronica moderna unita a liriche molto autoriali è ancora più a fuoco e dove il riappropriarsi della tradizione è più tra le righe.
Una brillante sequenza, comunque, di canzoni cinematografiche, sobrie ed eleganti, tra le quali il singolo insolitamente ballabile L'urlo, una Ad occhi chiusi in duetto con l'ormai immancabile Cristina Donà, una Sembra un sogno rifiutata alle selezioni di Sanremo 2000 ("La commissione la giudicò troppo sepolcrale"), fino a La giacca nuova e La nevrosi, i cui testi sono firmati rispettivamente da Marco Lodoli e Mariangela Gualtieri: "Il senso era sfatare la teoria in base alla quale l'accostamento di letteratura e musica produce solo... rottura di coglioni". Al disco fanno seguito apprezzati concerti.
Vedrai, 2003-2006
Al termine del tour di Ogni cosa che vedo, fosche nuvole sembrano però addensarsi sul futuro dei La Crus: gli accresciuti impegni paralleli di Malfatti (Dining Rooms, Noorda) e la sempre maggiore curiosità di Giovanardi per letteratura e teatro hanno infatti l'aria del preludio allo scioglimento del sodalizio. E l'annuncio dell'avvio dei lavori per l'esordio in proprio del cantante non fa che suffragare la tesi che la fortunata coppia sia sul punto di scoppiare.
In effetti nel 2004 eravamo in pausa: una cosa normale, dopo dieci anni di collaborazione serrata, specie considerando che in un rapporto a due è più facile, rispetto a una band con più elementi, che gli equilibri interni si logorino un po'. Per quanto riguarda il mio disco "solo", la Warner si è purtroppo rimangiata la parola dopo avermi dato l'ok e dopo che avevo trascorso circa tre mesi investendo energie soprattutto mentali sul progetto... e senza aver neppure ascoltato una nota dei provini che avevo realizzato, semplicemente perché avevano cambiato idea. Avevo iniziato ad abbozzare spunti e brani assieme ad amici musicisti con i quali mi sono incontrato e confrontato in questi anni: oltre ad Alex, il maestro Daniele Di Gregorio, Fabio Barovero dei Mau Mau, il batterista dei La Crus Leziero Rescigno, Lorenzo Corti del gruppo di Cristina Donà. L'orientamento sarebbe stato acustico e un po' rétro, con atmosfere anni '60, riferimenti orchestrali alla Bacharach e chitarre slide non troppo distanti da quelle dei Carnival of Fools. Adesso ho riposto tutti i miei appunti e le mie peraltro poche incisioni in una bella scatola di latta che riaprirò al ' dappertutto momento opportuno, sperando che arrivi presto.
Qualcosa dell'idea del disco confluisce comunque in Cuore a Nudo, lo spettacolo che Giovanardi presenta un po dappertutto tra il 2004 e il 2005.
Ho cominciato un po' per gusto e un po' per sfida, confrontandomi con Fabio Barovero dei Mau Mau. Lui non suonava il piano da tantissimo tempo e non aveva mai avuto esperienze di questo tipo, ed era quindi per molti versi il compagno ideale. Volevamo una cosa quanto più possibile scarna e minimale, esaltando così le qualità di canzoni impreziosite dagli interventi di alcuni amici: dalla tromba di Paolo Milanesi alla chitarra di Lorenzo Corti, senza dimenticare l'altra voce, quella dell'attore Ferdinando Bruni. È uno spettacolo in mutamento, sia nell'organico che nel repertorio di poesie e canzoni... Un repertorio che passa dall'evocativo al grottesco fino all'ironico. Inoltre, trovarmi con un accompagnamento ridotto mi ha costretto a impegnarmi sull'interpretazione, a tirar fuori risorse alle quali, nel contesto del gruppo, non è magari necessario attingere. E mi è stato utile per accentuare l'espressività delle mie performance sul palco.
In parallelo, il 2004 vede però, assieme a sporadici concerti, anche l'avvio - in estate - della lunga gestazione del sesto album dei La Crus, "rinati" su nuove basi.
Da sempre in tanti dicevano che i nostri concerti erano più caldi e intensi rispetto ai dischi, e dato che il sodalizio con Luca e Leziero sembrava ormai cementato, abbiamo voluto provare. Possiamo dire che è stata un'ottima idea, vista la bontà dei loro contributi - specie dell'attivissimo Leziero - alla definizione delle strutture e degli arrangiamenti. Siamo entrati in studio per la prima volta nel luglio del 2004 e, pur tra parecchie interruzioni anche lunghe, ne siamo usciti nel giugno dell'anno dopo. È stato un lavoro a tappe: ben poco pianificato, che ha dovuto fare i conti con la mia quasi totale latitanza - a causa di gravi problemi personali e familiari - da gennaio a marzo. Ai mixaggi si è infine pensato in estate quando Pino Pischetola, alla cui collaborazione tenevamo moltissimo, si è finalmente liberato dagli impegni assunti in precedenza.
Nell'autunno del 2005 esce dunque Infinite possibilità, che vanta un sorprendente respiro pop : niente atmosfere cupe (c'è appena qualche ombra) e niente brani struggenti, come pure rimarcato da una voce forse mai così lieve nella sua profondità. Non una metamorfosi, data la presenza costante di tali elementi nella poetica dei La Crus, ma un livellamento degli umori espressivi che ha portato alla soppressione dei momenti più introversi e macerati: un processo sulla cui opportunità si può anche dissentire (un paio di ballate davvero sofferte, in fondo, non sarebbero dispiaciute), ma che inevitabilmente giova all'omogeneità della scaletta, contribuendo a rendere ancor meno fondate le teorie che vogliono - crediamo volevano, a questo punto - l'ensemble milanese arreso al malessere esistenziale e amoroso.
Il nostro intento di partenza era realizzare un disco meno pop possibile... È bizzarro che i risultati abbiano smentito tali premesse, sebbene io non veda affatto Infinite possibilità come il nostro album più pop: mi sembra tale tanto quanto gli ultimi tre. Curioso che sia andata così nonostante le mie assenze dallo studio, dato che di norma sono io a "spingere" verso la forma-canzone piuttosto classica.
In circa tre quarti d'ora per un totale di dieci episodi, a dominare è una malinconia mai opprimente, un sentimento agrodolce abbastanza in sintonia con la saudade brasiliana (affinità che emerge con maggior forza, ad esempio, in Su in soffitta) e che sa imporsi al di là del peso dell'elemento ritmico, delle melodie utilizzate, degli argomenti affrontati nei testi. Il tutto ben sostenuto da intrecci musicali dove le trame elettroniche, come al solito mai glaciali, convivono con soluzioni elettroacustiche che conferiscono all'album un aspetto più "suonato" rispetto allo standard La Crus. Brani quantomai accattivanti come La Prima Notte di Quiete (Mauro Venuti alla voce), il singolo Mondo sii buono, La strada, Buongiorno Tristezza o Libera la Mente convivono così in una scaletta di notevole suggestione, che vanta altre autentiche perle come la fragile e sospesa title track, le più ricche ma non meno evocative Giorni migliori e I miei ritratti, la summenzionata Su in soffitta e il curioso gioiello filopsichedelico Ho ucciso Thurston Moore che chiude il sipario, per un'intensità che non è soffocata da una ricerca estetica puntigliosa al limite del maniacale. Da porre in risalto, poi, come il discorso sonoro sia ispessito da quelli che solo a un'analisi superficiale potrebbero essere classificati come leziosi fronzoli: da un lato il racconto di Leonardo Colombati che appare nel booklet, suggerito dalle stesse canzoni, e dall'altro il dvd allegato senza sovrapprezzi, dove dieci "corti" internazionali del Milano Film Festival sono diventati videoclip miracolosamente perfetti per accompagnare suoni e parole.
Alex Cremonesi si era innamorato di Perceber, il romanzo - intriso di musica - di Colombati: una volta appreso che Leonardo era anche un estimatore dei La Crus, abbiamo pensato di domandargli una sua "interpretazione narrativa" dell'album, e lui ha accettato con entusiasmo di scrivercela. I'input alla multimedialità è stato invece del nostro direttore artistico, Tino Silvestri, che aveva consigliato di escogitare qualcosa per arricchire l'album e renderlo più interessante... forse perché non lo trovava abbastanza "pop" per i loro standard. Aveva persino accennato l'ipotesi di promuoverlo con qualche concerto orchestrale, e a noi è parso stravagante: ci hanno regolarmente rifiutato i finanziamenti quando i nostri dischi erano pieni di archi, e volevano concederceli proprio adesso che non ce n'è neppure uno? Allora, poiché fin dai giorni del debutto si tira in ballo la "cinematograficità" della nostra musica, abbiamo pensato a "illustrare" i brani con i lavori di alcuni registi di video-arte, ma le prime cose che abbiamo esaminato non ci convincevano in quanto - a detta di Cesare e Alex: io non li ho visti, perché ero impegnatissimo con la direzione artistica di Assalti al Cuore, il festival di musica e letteratura di Rimini - erano troppo concettuali, freddi. Ci siamo allora orientati sui "corti" del Milano Film Festival, che ci avevano invece colpiti quando, nel 2003, avevamo fatto parte della giuria: quella di "rimontarli" e trasformarli in videoclip è stata un'intuizione inedita per chiunque, almeno che io sappia.
Sono questi i "nuovi" La Crus, oppure Infinite possibilità è destinato a rimanere un capitolo semianomalo nella carriera di Giovanardi e soci? Chissà, visto anche il sogno che Mauro custodisce nel cassetto.
So che è un'ambizione forse eccessiva ma mi piacerebbe tanto organizzare un Crocevia 2, magari con un'orchestra diretta dal maestro Morricone: ci sono un paio di pezzi di Tenco che devo assolutamente incidere, tipo Vedrai vedrai - che rimane la sua canzone più bella - e Uno di questi Giorni ti Sposerò, oltre a Tu No di Ciampi.
Indipendentemente da quale sarà il futuro del gruppo, sappiamo però bene – e ne siamo lieti – che dovremo continuare a lungo a fare i conti con la sensibilità, l'ispirazione e il talento di questo (ex) ragazzo che con gli anni ha perso la folta capigliatura ma non l'abitudine di guardare avanti. E, per fortuna, anche indietro.
(da "Voci d'Autore" di Federico Guglielmi, Arcana, 2006)

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